[ nuovi vincoli ]

Domani inizia il tanto agognato lavoro madrileno.
Tutti i discorsi che mi facevo sul fatto che lavorando a distanza per i miei soliti clienti mi sentivo come ospite in questa città, non ancora integrato nei suoi meccanismi e nelle sue abitudini reali, ora vanno a farsi friggere.

La parte più negativa di me immediatamente sente nostalgia per la libertà che ho avuto in questi mesi, di gestire la città come più ho voluto, creare le mie nuove abitudini in base elle mie esigenze e spostare ogni pezzo di questa vita affinché mi ci potessi adagiare nel modo più comodo. Fare la spesa negli orari più insoliti, andare in palestra la mattina perché c'è meno gente, uscire la notte durante la settimana perché "il sabato è cheap", etc.

La parte più negativa di me si chiede quanto tempo ci metterò a odiare la nuova routine e/o i nuovi capi e/o le "solite" cose da fare.

D'altra parte c'è anche quella parte che, invece, mi ha spinto a volermi radicare un po' di più e cercare un impegno fisso. Quella parte è eccitata per la nuova sfida e anziché fare un countdown dell'odio si chiede quanto ci metterò a farmi conoscere dai nuovi colleghi e trovare nuovi amici. Quanto tempo ci vorrà perché mi sentirò a mio agio per dire cazzate in ufficio?

E in fondo mi fa piacere smettere di fluttuare nel vuoto e tornare fra gli esseri umani.
Mi convinco che tempo una settimana mi abituerò ai nuovi orari e alle nuove cose da fare. Userò il tempo passato in metro per leggere, tornato da lavoro potrò farmi un giro in centro e prendere il caffè con amici senza quel sottile disagio legato al fatto di non avere orari e sentirmi un po' ancora come un turista.

E martedì infine mi installano l'adsl a casa e ad Aprile faccio la residenza.
Pare che si inizi a fare sul serio.


[ bu! ]

Cosa mi ha fatto pensare di essere abbastanza non me stesso da chiudere il blog? Che poi, chiudere, non ci credevo nemmeno io.
È che non so, è come avere una piantina in un angolo. Sta zitta. Non si muove. Però sai: che di tanto in tanto devi darle dell'acqua; magari metterla un po' al sole. Eccezionalmente rimuovere qualche foglia secca.
Così il blog. È lì che ti guarda e ti chiede implicitamente resoconti, pensierini, battute sagaci.

Chiudere un blog è il corrispettivo di buttare una piantina viva nella spazzatura o abbandonare un cane in autostrada.
O suicidarsi.

In fondo finché siamo vivi avremo sempre qualcosa da raccontare.

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Vediamo, dove ero rimasto?
Ah già, l'essere felici a prescindere e altre balle zen. Direi che è il momento di mettere in pratica questo allenamento.
L'obiettivo numero uno dell'anno è: trovare un lavoro qua. Per quanto stia lavorando (a distanza) mi sento ancora ospite in questa città. A male pena ho messo un piede sulla porta. Ho deciso che potrò considerarmi a casa solo quando avrò trovato un'attività da svolgere qui.
Oggi il primo colloquio. Lavoro fotocopia di quello vecchio a Firenze, per un terzo della paga e del divertimento.

Spe che mi rileggo il post delle balle zen…

 


[ non temo nulla, non spero nulla, sono libero ]

Non credo all'amore unico. Non credo ai posti per una vita intera.
Significherebbe rinunciare all'infinito di possibilità per sentirsi felici – perché sentirsi felici non è qualcosa che si raggiunge, un giorno, con qualcuno – quel qualcuno – o tantomeno quando riesci a ottenere quella cosa che tanto desideri. Che dal secondo dopo che la ottieni diventa parte di te e, per fortuna, non ti completa e appaga mai veramente.

Oggi sono tornato a Madrid. Contento di aver lasciato la casa in ordine quando sono partito.
Questo pomeriggio ho dormito, poi ho ascoltato musica, non sono uscito, e mi sono goduto questo rientro lento.
Ho fatto sedimentarte i giorni cagliaritani e mi sono riabituato all'odore spagnolo.

Inizia un anno misterioso, da cui non so cosa aspettarmi – non ho deciso che solo una cosa dovrà rendermi felice – e per questo mi incuriosisce.



[ una fredda domenica madrilena ]

Devo  avere una personalità troppo sensibile se la musica che metto riesce a influenzare così fortemente il mio stato d'animo (anche se devo dire che le due cose interagiscono in un qualche modo biunivoco).
Sono comunque grato a questa mia caratteristica perché proprio attraverso la musica riesco a evocare sentimenti positivi quando inizio ad accorgermi di essere un po' scarico.

Così mi trovo in questa domenica madrilena – abbastanza tardi per uscire, presto per dormire, troppo freddo per fare qualsiasi cosa – a, praticamente, scartabellare la libreria di iTunes in cerca del mio umore perfetto.

Franco Battiato, Bjork, Amiina, The Knife… naa… Enya? santo cielo, no. Morricone? bello sì, però poi mi sparo [ omissis ].

La città in questi giorni è in fermento: questo week-end hanno acceso le luminarie e i festoni per tutto il centro, sono comparse migliaia di bancarelle e la stagione natalizia è finalmente iniziata. Chissà che quest'anno non riesca a "sentire" il Natale più degli ultimi * * "sentire il Natale", ma cosa vuol dire poi? ogni anno sento qualcuno che dice di non averlo "sentito" per nulla. Non è che forse il Natale si "sente" solo da bambini? A me poi non dispiace, in fondo. Stare al calduccio, mangiare cose buone, scambiarsi regali (a volte).

Mah.
Ho tre messenger aperti ma la gente è come assopita, forse immobilizzata dal freddo. Io nemmeno dico niente a nessuno.
Aspetto che si faccia una certa ora così da infilarmi sotto il piumone e accendere la stufetta accanto al letto (ma solo perché mi piace il suono).


[ sei anni fa ]

Ero a casa di Andrea con – - non mi ricordo chi altro.
Ricevo la telefonata di Ortensia e risponde Andrea al posto mio, facendo lo scemo.

Qualche ora dopo eravamo attaccati al televisore, al telefono, altri al Poetto nell'impossibile speranza di avvistare qualcosa dalla spiaggia.
La mattina successiva ormai la speranza era quasi nulla, poi qualche notizia di tavola ritrovata a largo.

E poi niente.

 


[ (s)emigrati ]

Un tempo emigrare sì che doveva essere una cosa seria.
Stare lontani dagli amici, dalle vie conosciute, dalle notizie, dalla lingua.

Più duro forse, ma anche più esistenziale.

Oggi, riflettevo, invece è una cosa qualunque. Quelli di oggi sono emigrati di lusso.
È davvero difficile staccarsi: i giornali online, gli amici su Facebook che ti sparano notizie di politica o sul grande fratello anche se non le vuoi leggere, skype e le chiamate gratuite, gli italiani per strada, la Ryan Air che con 30 euro ti porta a casa o ti porta in casa amici e parenti. Sono in Spagna ma seguo un corso di sardo, domani vado a sentire Buongiorno Cagliari, mercoledì viene RaiTre, parlo italiano (ahimé) almeno per metà della mia giornata.

Non so, è meglio così? Non ho una risposta, soltanto so che questa situazione alimenta la mia sindrome di ubiquità di tempo e spazio, ambizioni e fantasia, cose fatte cose da fare, piaceri e lavoro.

Tutto è qua, ora, possibile e da fare contemporaneamente.
Sono sardo e europeo, vivo a Madrid e a Cagliari, lavoro qui e lì, disegno, cazzeggio, lavoro, scrivo.

Chissà se fra 400 anni gli emigrati su Marte penseranno la stessa cosa.


[ specchiarsi ]


in effetti ho un po' trascurato il blog.
Forse è la solita sindrome da Facebook? tutto si consuma in tempo reale, i pensieri sono frammentari, veloci, le cose passano e il tempo per sedersi a pensare sembra sempre più un lusso. O uno spreco.

Un po' è vero, da quando sono qui a Madrid cerco in tutte le maniere di riempire gli spazi vuoti e darmi da fare, e fermarsi, anche solo per scrivere un post, mi costringe a guardare la to-do list e necessariamente a vedere le cose non fatte e gli obiettivi non raggiunti.
Ma non mi lamento. Non ne avrei motivo del resto.

A volte, più di tutti i pensieri, le liste, gli obiettivi e le paure, basta specchiarsi negli occhi di qualcun altro.

Negli occhi di Barbara. Incontro casuale di qualche anno fa a Barcellona, amica di amici, poi ritrovata a Bologna, poi a Cagliari, poi capitata qua a Madrid. Incontrati da amici freschi che non si conoscono a fondo, ma con entusiasmo e voglia di parlare. Specchiarsi in quel sorriso e quella voglia di fare e vivere, e ritrovarsi come desideravo essere qualche anno fa.
Dopo un tormentato viaggio in treno, una corsa per il mini-aeroporto di Forlì, un rientro a una routine che già mi stava stretta. E la sensazione di dimenticarmi ciò che volevo diventare e fare in questa vita.

Poi per caso ci incontriamo e scopro che, hey, ci sono riuscito. Non c'erano palloncini o traguardi ad aspettarmi, nessun applauso o musica epica di sottofondo; è una partenza – meglio: una tappa – non un arrivo, però sono qua. Forse è questo essere felici.



[ en el gimnasio ]

Che domani vada a iscrivermi in palestra dovrebbe sembrarmi una cosa strana.

Invece nei nuovi contesti tutto sembra possibile e attuabile: mancando il normale non ci si stupisce più di nulla.
Quindi ok, abbonamento di tre mesi, amico in crisi-ciccia come me per obbligarsi ad andare, e via.

Dopo vari giri di perlustrazione con Ribal abbiamo individuato quella giusta, esattamente fra casa mia e casa sua, a un passo da Lavapiès. Ci siamo fatti coraggio per entrare a chiedere informazioni, intravedendo dalla porta a vetri conversazioni atletiche e pose da fotomodelli.

Mi siedo sulla sponda del fiume ad attendere il mio cadavere palestrato passare, per pigrizia, stiramento di muscoli, o entrambe le cose.