Stasera ho avuto una inaspettata chiacchierata con un ragazzo che conosco poco. Amico di amici, ci siamo ripromessi una sfida culinaria: franco-spagnolo contro sardo-italiano (anche se preferirei sardo-sardo).
Una figura monodimensionale, come il personaggio secondario di un telefilm o di un libro, o uno degli scagnozzi dei cattivi. Nessuno ti fa vedere cosa succede quando smette di fare lo scagnozzo o chi c'è ad aspettarlo a casa.
Forse per l'ora tarda, ha retto poco la conversazione standard del comeva dovesei quantorni e appena abbassata la guardia ha aperto una finestra verso uno strazio familiare dai contorni molto riconoscibili e più volte incontrati, anche se mai vissuti in prima persona.
La permanenza al paese, lontano dalla capitale, per un tempo indeterminato, la madre che sta male…
Forse per l'imminenza degli esami di maturità mi sono ricordato della classica scena di Epicuro. Quella in cui guarda dalla costa una barca che affonda e questa visione lo rassicura. L'ho sempre giudicata crudele ma ha indubbiamente una forte e immediata verità. Si può essere empatici e vicini, ma il dolore di un altro non è mai ll nostro, e tutto ciò che può fare è insegnarci ad apprezzare quello che abbiamo.
Come la frase della mamma che ci ripeteva da piccoli di finire il piatto perché in Africa ci sono bambini che muoiono di fame. E io pensavo: se lo mangio o se lo butto, questo cibo comunque non andrà in pancia a quei bambini.
Mancavo totalmente il punto, visto che non riuscivo a vedere quanto per me fosse ovvio quel piatto di cibo, non avendo mai vissuto una singola privazione in tutta la mia esistenza.
E giusto oggi concludevo la serata col mio usuale carico di frustrazioni – non terribili, non troppo pesanti, le normali frustrazioni del lusso e dell'ovvio: il lavoro che non è figo come vorrei, le vacanze che non saranno al momento perfetto, un conto in più da pagare, un lavoro in più da finire durante la notte.
E poi semplicemente penso che non ho nessuno intorno a me che sta morendo. Che non ho malattie. Che ho un tetto (un bel tetto), ho da mangiare (mangio tanto), ho un computer, anzi due, ho una connessione, libri, musica, amici, vivo in una bella città. Che al mio risveglio non c'è agonia né disperazione.
C'è tanto da fare e da disfare, ci sono cose da correggere, da imparare, ci sono momenti per il riposo, per la battaglia, per il gioco. Una vita privilegiata.
E anche se cerco di ripetermi che sono fortunato mi rendo conto che è comunque una ovvietà, tutto questo, e lo sarà nuovamente domattina, quando l'impressione di questa barca che affonda sarà un po' più sfumata e lontana.