Una domenica

Ribal è sul divano. Renata e Giuseppe nel soppalco, già dormono.
Suonano i Cranberries in sottofondo.

Avevo bisogno di rivedere Renata: ho ritrovato un sacco di cose nelle nostre conversazioni; la meditazione, l’ispirazione, la ricerca di sé stessi, la voglia di crescere e migliorarsi.

Sono un po’ malinconico, perché?

Domani a lavoro, poi mercoledì festa pre-natalizia con i miei amici spagnoli e ci salutiamo fino al 31.
E torno a casa.

Sono un po’ stanco.
Oggi ho fatto un albero di natale di Lego.


Addio, Splinder

Eccomi nella nuova casa, come pare debba obbligatoriamente dire ogni blogger quando cambia sito.

Splinder chiude.
Ed è come se abbattessero il palazzo, anzi no: un intero quartiere, un paese in cui hai vissuto, lavorato, cazzeggiato, qualche tempo fa.
Ormai sei andato avanti, hai cambiato paese, varcato mari, pianeta, incontrato persone diverse: poi arrivano i Vogon della guida galattica e distruggono Spinderandia.

Molti hanno messo in salvo le proprie cose, ma tanti altri lasceranno tutto lì, e non rimarrà più nessuna traccia. Quelle vie che un po’ avevi anche dimenticato, ma sempre familiari, non ci saranno più.
Tante parole e facce quadrate volatilizzate in un *delete*.

Sarà forse un buco nel mio curriculum, ma rimarrà un’esperienza lavorativa (e non solo) faticosa, difficile, eccitante e prodiga di conseguenze che mi hanno segnato da tanti punti di vista.

Non ci sono molte altre considerazioni – in realtà ce ne sarebbero eccome, ma non mi interessa pontificare su ciò che avrebbero dovuto o potuto, sulle tante alternative che si potevano trovare, sul mercato che è cambiato e che andava inseguito e così via.

I link che dovevano rimanere sono rimasti, i discorsi che devono continuare continueranno.
Splinder ha cambiato la vita a tanti e ci siamo divertiti.

Addio Splinder, e grazie per tutti i post.


[ Madrid è una città che non dorme mai. ]

C'è sempre qualcuno per strada, nei bar, che urla, piange, ride, compra, sul bus, che chiama un taxi, che ti vende birra, coca, cristal, sesso, che ti saluta, che puoi raggiungere, chiamare. A tutte le ore della notte. È come un compagno di stanza sempre sveglio a lavoro mentre tu dormi.

E ogni tanto apri gli occhi e senti piccoli rumori, o una luce fioca, e ti giri dall'altra parte e rimetti a dormire sicuro e mai solo.


[ sardi ]

Mi sono svegliato all'altezza di Chamartin, trovando la carrozza affollata, come sempre a quell'ora.
Decine di facce accalcate, distrutte da una settimana di lavoro e dal caldo, con poca voglia di chiacchierare.

Alla fermata di Plaza de Castilla son salite tre coppie di quasi-anziani. Istintivamente hanno attratto la mia attenzione, ma solo dopo alcuni minuti ho sentito che parlavano in sardo.
Erano allegri, chiacchieravano allegramente e ridevano. Stonavano con l'atmosfera da impiegato stanco del venerdi sera.

Non capivo bene di cosa parlavano ma li guardavo e sorridevo apertamente come fossero conoscenti o parenti.
Quelle signore potevano benissimo essere delle mie zie. 

Sono sceso due fermate prima per sentirli parlare ancora un po'. 
Il tempo di fare le scale mobili e buttarmi nella folla di Sol e tornare a casa.


[ ma ]

In questa mansarda, come se il tempo non fosse (mai) passato. Qui dentro, in effetti, non passa mai.
Negli anni e nei suoi numerosi cambiamenti, questo posto è sempre lo stesso: io sono sempre lo stesso qua dentro.

Accendo l'aria, metto un po' di musica, individuo con lo sguardo tutti i capi, sparsi per terra, che dovrò rimettere in valigia lunedì. Mi fa fatica pensarci: odio partire. Ma odio anche restare.
Reduce da una serata tranquilla-mediocre di pizza, caldo, passeggiata, incontri. L'ideale commiato dalla mia città che non vuole che mi manchi troppo.
Un dimenticabile arrivederci alla prossima volta.

Sono in quello stato annoiato da tutto e tutti. A seconda di come la prendi sì, a volte la vita è noiosa, la gente è noiosa. Quando siamo stanchi o non abbiamo niente da dire forse dovremmo evitare di vederci. Avere l'onestà di rimanere a casa a lasciare evaporare i pensieri negativi o inutili, a riposare i muscoli, ad aspettare che nuovi argomenti crescano.
Forse ci sono da qualche parte persone divertite e divertenti tutto il tempo. Nel mio piccolo faccio il possibile per riempire gli spazi incompleti con cose interessanti. Ma anche il vuoto è un elemento d'arredo.

Mi viene in mente la definizione di ma, letta in non so più quale libro tanti anni fa.
Il ma è lo spazio tra le cose, ma non è inteso come spazio incompleto: è quella pausa che fa sì che le cose siano intervallate secondo un ordine. Il ma è lo spazio fra le pietre per attraversare un fiume, fra i mobili ordinati in una stanza, l'intervallo fra le note di una melodia.

Ecco: penso di trovarmi nel mezzo di un ma. Quello spazio vuoto, necessario, funzionale e perfetto.


[ Ovvio ]

Stasera ho avuto una inaspettata chiacchierata con un ragazzo che conosco poco. Amico di amici, ci siamo ripromessi una sfida culinaria: franco-spagnolo contro sardo-italiano (anche se preferirei sardo-sardo).
Una figura monodimensionale, come il personaggio secondario di un telefilm o di un libro, o uno degli scagnozzi dei cattivi. Nessuno ti fa vedere cosa succede quando smette di fare lo scagnozzo o chi c'è ad aspettarlo a casa.

Forse per l'ora tarda, ha retto poco la conversazione standard del comeva dovesei quantorni e appena abbassata la guardia ha aperto una finestra verso uno strazio familiare dai contorni molto riconoscibili e più volte incontrati, anche se mai vissuti in prima persona.
La permanenza al paese, lontano dalla capitale, per un tempo indeterminato, la madre che sta male…

Forse per l'imminenza degli esami di maturità mi sono ricordato della classica scena di Epicuro. Quella in cui guarda dalla costa una barca che affonda e questa visione lo rassicura. L'ho sempre giudicata crudele ma ha indubbiamente una forte e immediata verità. Si può essere empatici e vicini, ma il dolore di un altro non è mai ll nostro, e tutto ciò che può fare è insegnarci ad apprezzare quello che abbiamo.

Come la frase della mamma che ci ripeteva da piccoli di finire il piatto perché in Africa ci sono bambini che muoiono di fame. E io pensavo: se lo mangio o se lo butto, questo cibo comunque non andrà in pancia a quei bambini.
Mancavo totalmente il punto, visto che non riuscivo a vedere quanto per me fosse ovvio quel piatto di cibo, non avendo mai vissuto una singola privazione in tutta la mia esistenza.

E giusto oggi concludevo la serata col mio usuale carico di frustrazioni – non terribili, non troppo pesanti, le normali frustrazioni del lusso e dell'ovvio: il lavoro che non è figo come vorrei, le vacanze che non saranno al momento perfetto, un conto in più da pagare, un lavoro in più da finire durante la notte.

E poi semplicemente penso che non ho nessuno intorno a me che sta morendo. Che non ho malattie. Che ho un tetto (un bel tetto), ho da mangiare (mangio tanto), ho un computer, anzi due, ho una connessione, libri, musica, amici, vivo in una bella città. Che al mio risveglio non c'è agonia né disperazione.
C'è tanto da fare e da disfare, ci sono cose da correggere, da imparare, ci sono momenti per il riposo, per la battaglia, per il gioco. Una vita privilegiata.

E anche se cerco di ripetermi che sono fortunato mi rendo conto che è comunque una ovvietà, tutto questo, e lo sarà nuovamente domattina, quando l'impressione di questa barca che affonda sarà un po' più sfumata e lontana.


[ Mi mancano le parole ]

Oggi ho sognato il blog di Renata.
No, non Renata: proprio il suo blog.  Chissà perché – forse dalla finestra aperta è arrivato un odore che in un momento di irripetibile combinazione di molecole di chissà dove mi ha ricordato incenso misto gatto.

Mi manca quel periodo della mia vita in cui ero circondato dalle parole.
Dai racconti, dai post, dalle letture in casa. Il blog di Renata, timido e un po' segreto. I racconti di Betty. Le chiacchierate con Vania e le brevi epifanie di Navia. Smilla, Roberto, Paolocchia, Liv, Uggiosa, Ice, Fenicio, Suzie… Gavoi. Il jazzabuglio.

È il periodo più lungo che ho passato lontano dalla mia città. Dai miei amici. Alcuni di loro non li sento da tanto tempo.
Immagino che è un processo normale: passi un anno in un'altra città e anche se la tecnologia ti offre qualsiasi mezzo per rimanere in contatto le cose cambiano. Ma erano già cambiate.

Mi sono svegliato dal sogno e ho cercato Superpatty. È ancora lì, a differenza di Naviamente, Roberto, Paolocchia, Camosmilla che sono scomparsi chissà dove. Come i mattoncini lego di personaggi e case che si sono dispersi e rimescolati nell'universo. Nulla si è distrutto veramente ma nulla è come prima.

Mi domando per la prima volta veramente se i legami rimangono intatti, nonostante la distanza, il non sentirsi.
Ho un po' paura a riavvolgere il filo; paura di tirare e trovarmi un capo tra le mani.


[ Corso intensivo di povertà ]

In un breve corso intensivo di povertà" offerto dalla fondazione "perdere in terra straniera portafogli contenente documenti e carte di credito senza alcuna possibilità di salvezza se non tornare in patria" (*non prima di fare un salto al consolato per farsi rilasciare un foglio di via perché giustamente senza documenti non si può partire.)

Spendere gli ultimi 10 euro in un abbonamento da 10 per la metro per andare a lavoro e un pacchetto di paracetamolo.

Non avere credito per richiamare il corriere che cerca di consegnarti un pacco proveniente dagli augusti genitori con tanto di carta prepagata (vuota, non si sa mai che il pacco andasse disperso) onde cui riversare il tuo denaro online.

Scoprire che per andare a prenderlo devi andare in un posto chiamato "COSLADA" che è "a tomar por culo" cioè: in culo ai lupi e il tuo abbonamento non regge la corsa! Oltretutto il pacchetto oltre alla carta contiene un surplus di 30kg di cibo sardo (grazie mamma, sempre moderata) quindi non saprei nemmeno come portamelo dietro.

Tornare a casa e trovare il Magic-fottuto-Mouse della Apple con le batterie scariche e non avere soldi per comprarne delle nuove e trovare in giro solo 1 delle 4 batterie ricaricabili. L'unico altro device I/O disponibile è il Magic-fottuto-trackpad che richiede altrettante batterie. Ma vaffanculo al bluetooth.

Avere in tasca 70 centesimi e utilizzarne 39 per comprare un litro di latte alla LIDL.

il totale globale dei miei fondi ammonta dunque a 31 centesimi. Negli anni 80 con il corrispettivo in lire potevo comprarmi un cornetto.

Utilizzare di straforo il telefono dell'ufficio per chiamare la padrona di casa inventando scuse per dirle che non posso pagare l'affitto domani.

Cenare da tre giorni con pasta al burro. E oggi ho finito la pasta.

Poi miracolosamente mi rendo conto di avere del credito su skype e chiamo il corriere per supplicarlo affinché mi consegni il pacco in ufficio domani (non so come lo porterò a casa, ma almeno posso prendere la carta e ricaricarla) mi dice forse, altrimenti venerdì. Ma minchia, penso.

"Batteria baja" mi dice il computer (ho messo quelle del telecomando del condizionatore). Ho ancora qualche minuto di autonomia, poi posso ufficialmente sentirmi autorizzato a deprimermi.

 


[ Lo spirito di una città ]

Cambia l'orario ed è sufficiente un'ora in più di luce per far fiorire le voglie nascoste di una città.
Scendo che la temperatura è appena più alta di una settimana fa e il centro è pieno di gente. Negli angoli del mio quartiere ragazzi seduti sul marciapiede, ancora con la sciarpa, il gelataio in piazzetta ha riaperto la serranda, la signora che mette il tavolino sotto un porticato e legge le carte ai turisti.

C'è freddino ma ci sarà luce ancora per molte ore e penso che ho tempo per fare tutto quello che voglio.

Devo solo decidere dove voglio che questa giornata mi porti; un colpo di metro, un bar che non conoscevo, qualche sms, una libreria, stare sdraiato a casa con la finestra del soppalco che da alla piazza e sentire il concerto di tazze, cucchiaini e flash di macchine fotografiche.

E domani metro, lavoro, pausa pranzo, però con un profumo diverso nell'aria, che ora riconosco. È sensibilmente diverso.
 


[ Nuovo lavoro. Prima settimana ]

primo giorno, lunedì = ahn finalmente un lavoro qua a Madrid, è quello che cercavo. Ritmi di vita più regolari, l'occasione di parlare spagnolo più frequentemente e fare nuove conoscenze.

secondo giorno, martedì = yuppi, un sacco di cose nuove da imparare e l'ambiente sembra carino. Certo, l'open-space è piccolo, ma sai che ti dico? meglio, i rapporti sono più personali e non c'è quella sensazione disumanizzante…

terzo giorno, mercoledì = ok, il lavoro non è il top del divertimento, la privacy non è al top delle cose in considerazione ma ci farò l'abitudine. Del resto è il terzo giorno e non sono più abituato ai ritmi regolari.

quarto giorno, giovedì = beh in effetti 40 minuti per arrivare sono un po' negativi per il morale la mattina, ma è una buona occasione per leggere (non ho mai tempo!), o ascoltare musica con calma. Inoltre il fatto che ci sia solo un Burger King accanto – e io non mangio carne – mi aiuterà a dimagrire!

quinto giorno, venerdì = uccideteli tutti e date fuoco all'ufficio.